Camminava.
Il sole era tiepido, la giornata limpida e primaverile al punto da indurlo a sfilarsi la giacca. Aveva deciso di allungare il percorso prendendo il lungomare, visto che non aveva fretta e il blu del cielo gli aveva fatto venire voglia di godersi i riflessi del sole sulle onde del mare.
Cercò una panchina sulla quale riposare un po’ e quando ne trovò una fu piacevole la sensazione del marmo caldo e assolato sotto le mani.
Poggiò la giacca in grembo e si rilassò, sguinzagliando i pensieri come ormai faceva da tempo.
“E’ una bella vita”, pensò. “Tutto sommato è bella e sono contento di essere vivo.”
Inspirò una boccata d’aria che sapeva di sole e di fiori selvatici. Il bello della domenica, a suo giudizio, stava nel fatto che non ci fossero molte auto in giro ad affumicare le idee della gente.
Poco distante da lui un bimbetto correva felice dietro alla sua palla rossa e gialla e la mamma gli gridava affettuosamente di non agitarsi troppo. Un ciclista sopraggiunse e andò via, suonando il campanello quando passò accanto al bambino. Di rimando, il piccolo emise una risatina e gli fece ciao con la manina.
“Si, direi proprio che non c’è male”, si disse, guardando il bimbo che riportava la sua attenzione alla palla sgargiante. “Peccato solo che tu non sia qui.”
Sospirò, accarezzando il ricordo di sua moglie. Gli mancava, eccome, persino adesso che erano trascorsi un certo numero di anni. All’inizio era stata più dura, certo: all’inizio c’erano stati solo i programmi televisivi che faceva finta di guardare, i vestiti che si dimenticava di lavare e la penombra delle finestre sprangate per tener fuori la luce di un mondo in cui lei non c’era più.
All’inizio, più di tutto, insistente come una malattia allo stadio terminale, c’era stato il Silenzio a colmare un vuoto a cui aveva cercato di prepararsi, ma che si era comunque abbattuto su di lui improvviso e funesto come un temporale estivo.
Solo che era durato ben più di un temporale estivo. Diamine, sarebbe durato sino alla fine dei suoi giorni.
Contrasse le labbra, distogliendo furiosamente il pensiero. La malinconia era divenuta una costante, su questo non poteva farci nulla. Ma con tutte le sue forze, ad ogni costo, avrebbe evitato che essa diventasse anche la sua condanna.
Si voltò di nuovo in direzione del bambino, lo vide ridere in braccio alla sua mamma. Lei gli copriva il volto di baci, lui protestava allegramente distogliendo il visetto dispettoso.
Non avevano potuto averne, loro, di figli. Lei usava ripetere che se il buon Dio non gliene aveva mandati era forse perché essi sarebbero state persone così meravigliose che il Creatore stesso avrebbe voluto tenerseli per sé… diceva, convinta, che probabilmente sarebbero stati sprecati in un mondo simile.
Non avevano mai voluto sapere perché gli eredi non arrivavano. Dal canto suo, lui aveva preferito rimanere all’oscuro, ignorare se il problema venisse da uno dei due o da entrambi… e forse era stato questo suo atteggiamento a condannarla… Se soltanto avessero fatto degli esami accurati, forse sarebbe saltato fuori anche quello, forse se ne sarebbero accorti prima e avrebbero potuto far qualcosa per tempo…
Rimproverarsi non aveva senso. Non con tutti questi forse, soprattutto non ora che era tutto ormai inevitabilmente, perdutamente compiuto.
Si rialzò, lentamente, risistemandosi le pieghe dei calzoni.
La mamma aveva raccolto la palla e preso per mano il figlioletto per condurlo via. Il bimbo le chiedeva di comprargli un gelato.
Osservò la figura della giovane, il dondolare dell’orlo della sua gonna. “Se tu fossi qui mi daresti un pizzicotto, senza sapere che invece di una donna sto solo guardando una mamma con il suo cucciolo.” Sorrise del pensiero e alzò la testa al blu del cielo. La brezza fece frusciare le foglie di un albero vicino.
La ricordò per l’ennesima volta, nella scena in cui l’aveva adagiata sul letto, dopo averla trovata distesa sul pavimento del soggiorno.
Alcune ciocche di capelli erano sfuggite al fermaglio e incorniciavano il volto troppo, troppo pallido di lei.
Chiuse gli occhi, ripetendo a se stesso le parole che quel giorno aveva pronunciato lei in un soffio:
- Grazie d’essermi vicino, amore mio… La vita è così bella accanto a te.