Sono seduta al piano, e le mie dita sembrano prendere vita sulla tastiera.
Sembra che conoscano ciò che la mia anima vuole ascoltare. Sembra che sappiano cose che io non conosco.
L'aria dolciastra della musica si sprigiona da quell'insieme di tasti bianchi e neri. Si alza nell'aria. E lentamente si posa accanto a me. Non entra. Non si decide ad entrare. La porta è chiusa. La stanza della mia anima non ha finestre per concederle un altro passaggio.
Ho bisogno di pace. Ho bisogno di conforto. Oggi nemmeno suonare il pianoforte mi consola.
Smetto.
Mi alzo, mi avvicino alla finestra.
Vedo il mare.
All'orizzonte branchi di nuvole cariche di pioggia, sembrano perdersi in quell'immenso mare verde azzurro, gonfio come il cielo.
Non capisco dove finisca il mare e dove inizi il cielo.
Non capisco perché sto cosi male.
Non è solo perché tu non ci sei più, è un altro dolore.
Questo che sento è un tormento sottile, strisciante come un serpente, e come lui sta avvolgendo tutta la mia persona.
Mi allontano dalla finestra, oggi niente sembra riuscire a calmarmi.
Peccato, pensare che da piccola mi piaceva assistere ad un temporale sul mare.
Abitavo in una casa simile a quella dove sto ora, anche li c'era la stessa distesa azzurra che ho qui. La stessa... mi stupisco di come abbia fatto a pensare che fosse la stessa, niente è uguale all'altro, tantomeno il mare.
Basti pensare al carico di emozioni che porta dentro ogni specchio d'acqua.
Credo che sia per questo che ho scelto di vivere qui, anche se a centinaia di chilometri da...
Non voglio pensare a te. Eppure il tuo ricordo continua a tormentare la mia anima.
Mi infilo un maglione, spalanco la porta e rimango ferma. In piedi sull'uscio.
L'odore dolciastro della salsedine, portato dal vento, solletica le mie narici.
Mi piace stare qui.
Chiudo la porta alle mie spalle. Inizio a camminare verso la riva.
Non c'è quasi nessuno, solo qualche temerario bagnante che si arrischia a fare una passeggiata sulla battigia battuta dal vento.
Il mare è sempre più gonfio, sembra pronto ad esplodere. Onde alte e schiumose si infrangono sugli scogli.
Mi siedo sulla sabbia.
Porto le ginocchia verso il petto, le abbraccio.
Una folata di vento porta con se il rumore di una nuvola carica della sua rabbia.
Un pensiero porta dentro di me il tuo ricordo.
"Papà" grida il mio cuore.
Non ce la faccio a trattenere quel grido, non ce la faccio a trattenere il pensiero.
Te ne sei andato, sei andato via senza nemmeno salutarmi.
Sei morto!
Queste parole echeggiano nella mia mente.
Non l'accetto.
Non posso pensare che non ti vedrò più.
Non posso pensare che non ho avuto la possibilità di...di dirti "Ciao".
Pesa sul mio cuore, il non averti potuto salutare. L'avrei fatto. Se solo me lo avessi permesso, l'avrei fatto.
Non piango, non riesco.
Sembra che lacrime se ne siano andate insieme a te.
Quando la mamma al telefono mi ha detto che eri morto, io ti ho seguito, sono morta con te. Non una lacrima è uscita dai miei occhi, non un pensiero è uscito dalla mia testa.
Magari poterlo fare ora.
Ho preso il primo aereo e sono corsa a casa. Mio marito e i miei figli no. Non li ho voluti.
Volevo rimanere da sola. Non l'ho riconosciuta la mia casa, quando sono arrivata.
Erano anni che mancavo, troppi mi sono detta.
Ma l'hai voluto tu, papà, non io.
Forse dovevo insistere, forse sarebbe servito a... ma anch'io ho il mio orgoglio.
Sarebbe bastato un cenno da parte tua, ed io sarei corsa, finalmente a casa...perché da quella sera non riesco più a trovarmi.
Raccolgo un pugno di sabbia tra le mani e lentamente la lascio filtrare tra le dita.
Lei scivola lentamente e si amalgama alla spiaggia.
E' ritornata a casa.
Io no.
Non che non volessi, è che tu non mi hai più cercato.
Quando sono giunta e ho visto la mamma distrutta dal dolore, non ho detto niente, l'ho abbracciata stretta, sempre più stretta.
Poi sono venuta da te, ci sono voluta venire da sola. Me lo sono sentito e preso come un diritto, volevo essere sola con te.
Un soffio di vento, mi fa rabbrividire.
Alzo gli occhi, il cielo è sempre più scuro.
Fra poco pioverà.
Ho freddo.
Non è un freddo dovuto al tempo, è diverso, è come il dolore.
Ho bisogno di una presenza calda, rassicurante dietro di me.
Sto cosi, in silenzio nel silenzio.
Solo al rumore del mare che si gonfia, ho dato il permesso d'entrare.
Fra poco pioverà.

I miei pensieri somigliano a quelle onde, e come loro diventano sempre più grandi, sempre più alte e sembrano spezzarsi nel mio cuore.
Ne vengo improvvisamente sommersa.
Il mio pensiero è di nuovo con te a casa, sei vivo.
Ricordo le nostra ultima litigata.
Te la rammenti papà?
La mia voce esce dal silenzio, lo infrange. Ed è come se uno specchio si rompesse, gettando dentro di me tutti i suoi piccoli frammenti di vetro.
Ti ricordi, quando ho portato a casa Michele per fartelo conoscere?
Non ne hai voluto sapere, da subito.
Io me ne sono accorta, Michele anche.
Sei stato gentile, ma freddo, troppo freddo.
Quando lui poco più tardi è uscito, mi hai chiamato nel tuo studio, dicendo che dovevi parlarmi. Avvertivo che c'era odore di guai, ma sono venuta ugualmente, eri pur sempre mio padre.
Mi hai fatto entrare nel tuo mondo, dove permettevi solo a pochi eletti di farlo.
Mi è sempre piaciuto stare in quella stanza.
Ora te lo posso dire. Quando tu non c'eri, quando eri in viaggio per lavoro, entravo, mi sedevo sulla tua grande poltrona e me ne stavo li a respirare la tua aria, credendo che fare ciò, mi avrebbe permesso di entrare nel tuo mondo.
Come sbagliavo, accidenti a me.
Non l'hai mai permesso a nessuno di entrare nel tuo universo, quell'universo che ora credo non hai conosciuto nemmeno tu.
E' triste pensarlo.
Ad ogni modo, quella sera, mi hai fatto sedere di fronte a te. Eri scuro in volto. Le parole ti sono uscite dalla bocca come dei puntali diretti al bersaglio.
Ed hai fatto centro.

"Se lo sposi, qui in casa non metterai più piede, ricordatelo Emanuela, se sposi Michele, per me sei morta!"
Non me l'aspettavo, prima di entrare pensavo alle tante cose che avresti potuto dirmi, ma non a questo. Ero preparata ai tuoi silenzi. Ai tuoi sguardi. Ma non al tuo diniego. Non al tuo rinnego.
Il perchè mi usci dalla bocca simile al canto di un usignolo a cui hanno tagliato il becco.
"Perché lui ha già una moglie."
- Sono separati, risposi, separati da tre anni
"E con questo? Davanti a Dio è sposato con un'altra."
Ricordo che la mia testa prese una strada sbarrata, i pensieri vi turbinarono dentro come farfalle sulla luce.
"Ed ora puoi andare - proseguisti senza guardarmi - la tua risposta la voglio domani mattina. Hai tutta la notte davanti a te, prega Dio di indicarti la strada giusta."
Ti ho guardato, mi sei sembrato un giudice. Come tale mi avevi espresso il tuo verdetto, solo che questo non aveva appello.
Non c'era appello per me. Non c'era mai stato.Tu esprimevi il tuo giudizio e gli altri dovevano chinare la testa.
- La mia strada l'ho già scelta, ti ho risposto, ed è quella di Michele.
Improvvisamente l'usignolo aveva ripreso il suo canto, le farfalle si erano allontanate dalla luce.
- So che incontrerò delle difficoltà papà, so che non sarà facile vivere con lui, ma voglio farlo.
Finalmente i tuoi occhi si sono posati su di me. Stretti. Piccoli. Era come guardare attraverso il buco di una serratura. Avrei voluto toglierteli, gettarli via. Avrei voluto che per una volta appoggiassi una mia scelta.
Nel frattempo la tua bocca era diventata una linea sottile. Una piccola grande linea di demarcazione. Vedevo i fucili. Le bombe erano pronte ad essere gettate al di là della barricata.
"Perchè ti ostini a far di testa tua? Sei stata sempre testarda. Ma non cosi. Non cosi. Perchè vuoi rovinarti la vita?"
- Lo amo papà. E' cosi difficile capirlo per te? E... non capisco da dove nasce la sicurezza che andrò a rovinarmi la vita. Non lo conosci. Lo hai incontrato la prima volta stasera. E già l'hai condannato. Papà sono stanca dei tuoi modi. Ho venticinque anni e mi vedi come... ma che sto dicendo... tu non mi vedi affatto. Non mi hai mai visto. Le mie richieste d'affetto non le hai mai considerate. I miei desideri. I miei bisogni di figlia e di essere umano, non sai nemmeno quali siano. E mi vieni a parlare di dio. Tu dio neanche lo conosci. Non sai cosa sia. Chi sia. Ma te ne servi quando ti fa comodo.
Non mi dovrebbe stupire papà. Eppure ogni volta è come la prima volta. Spero sempre che tu sia diverso. Spero sempre che tu capisca che davanti a te ci sono io. Tua figlia.
Hai fatto il giro della scrivania. Mi sei venuto vicino. Ho avuto paura. Una gran paura che mi dessi uno schiaffo. Non l'avevi mai fatto. Ma quella sera ebbi paura di essermi spinta troppo in la'.

"L'amore.."… la tua nausea, mi sibilò davanti al viso.
"Non farmi ridere Emanuela. Voi donne non sapete parlare d'altro che d'amore. Anche tua madre, anche lei non sa parlare d'altro, mi dispiace che tu le somigli fino a questo punto. Ad ogni modo la mia decisione rimane quella. Ora sta a te solo a te."
Non mi avevi ascoltato. Come al solito. E come al solito soffrii maledettamente. Ti guardai rimetterti seduto al posto d'onore. Incrociare le mani sul petto e chiuderti all'interno dei tuoi silenzi.
Questa volta no! Questa volta non te lo permetto, pensai. Questa volta parlo!
Ma il mio sedere non si schiodava dalla sedia. La mia bocca assunse una posa strana.
La senti muoversi. Aprirsi. Chiudersi. Distorcersi. Aprirsi di nuovo. Poi il sedere scattò. E la bocca prese a parlare.
- Puoi anche tacere papà. Ma quello che ti devo dire te lo dirò comunque. Hai detto che la tua decisione è presa, bene! Cosi non penserai che parlo per farti cambiare idea. Non ci provo neanche. Ma sono stanca, stanca del tuo assurdo modo di fare. Quindi caro papà, mettiti comodo, fai un bel respiro e non provare ad interrompermi.
Hai continuato a guardarmi, muto, interdetto. Il tuo respiro si era fatto affannoso. Il tremolio sotto l'occhio sinistro denotava un certo nervosismo.
- Non credevi che la tua Emanuela potesse arrivare a tanto eh?
La mia voce usciva come dei squilli di tromba... poi i tamburi si sono messi a rullare.
Ho piantato i pugni sul piano. Ho fronteggiato il tuo sguardo. I tuoi occhi si sono abbassati diventando lucidi. Mi sono resa conto d'improvviso che eri un vigliacco Stavi cercando di smuovere la mia pena. Hai smosso la mia rabbia.
- Mi hai detto di pregare dio papà. Ti ho risposto che tu non lo conosci nemmeno dio. Non l'hai mai conosciuto, te ne servivi ogni qualvolta potevi usarlo. Come hai fatto sempre con tutti noi. Guardati. Guarda i tuoi occhi bagnati. Ma non provi orrore di te? Sei cosi meschino papà.
Non sei riuscito a farmi fare ciò che vuoi con le minacce. Ora stai adoperando la compassione. Ma la usi per me. Su di me. Papà me ne vado. Mi hai detto che sono morta per te. Bene. Anche tu sei morto per me. Un ultima cosa papà...
...Avevo la mano sulla maniglia. Mi accorsi di non sentire il freddo metallo. Le mie membra erano intorpidite tanto era il veleno che stavo sputando. Mi sovvenne in mente la leggenda dello scorpione che in trappola si punge da solo. E muore. Io non volevo morire. Volevo uccidere te. Per sempre. Ma non pensai che eri mio padre e che qualcosa comunque ci legava al di là del tempo. Qualcosa chiamato amore. Qualcosa chiamato caos. Qualcosa a cui non seppi dare un nome. E che forse nome non aveva.
Strinsi la maniglia ancora di più, volevo sentire il ferro sotto le mie mani. Volevo sentirlo. Dovevo sentirlo per non morire anch'io, tanto era grande il dolore avvertito, mentre ascoltavo le parole che uscivano dalla mia bocca. Fiumi di lava incandescente. Torrenti in piena che stavano per sommergermi e portarmi via.
Finalmente lo avvertii. Senti il gelo che una stupida maniglia può procurare. E allora continuai...
- ... Papà! Non mi hai permesso di vivere in questa maledetta casa, ed ora non mi permetti di andarmene da essa. Vorrei capire perchè ti comporti cosi.
Ma non ci riesco. Non ce la faccio. E non perchè io non voglia. Sei tu che non lo permetti a nessuno. Neanche a te stesso permetti di avvicinarti. Ti tieni distante persino dalla tua persona. Sei inavvicinabile. E per questo ti odio papà, ma allo stesso tempo... non mi venne il ti amo. Rimase sospeso fra la lingua e le labbra.
Chiusi la bocca. Chiusi la porta.
Ricordo che salii le scale di corsa. Preparai la valigia alla rinfusa, lasciai due righe per la mamma e corsi da Michele. Quella fu l'ultima volta che ti vidi.
Poi il tempo, ha affievolito la rabbia, il rancore, ho cercato di capire perchè eri cosi... cosi arrabbiato verso il mondo.
Non ci sono riuscita papà. Non ci sono riuscita.
La mamma ha tentato mille volte di spiegarmelo. Lei ti conosceva più di se stessa. Ma non sono stata capace di ascoltarla. Non perchè io non abbia voluto. E' perchè credo che i nostri affetti, i nostri dolori sugli affetti, abbiano bisogno del loro tempo per capire, per comprendere, per accettare la loro eterna incomprensibilità.
E' più facile entrare nei problemi degli altri papà, più difficile capire i nostri.
Ho cercato di riparlare con te, quando più tardi il tutto si era sopito, ma tu non ne hai voluto sapere.
Quel giorno che venni a casa tua, volevo solo dirti che avevi due nipoti, papà. Che ero diventata un buon ingegnere meccanico. Che ero ancora tua figlia. Che volevo esserlo. Che volevo pensarlo. E che tu mi concedessi tutto questo.
Volevo dirti che sono serena, che quella strada che ho intrapreso con Michele, non è stata facile, ma dopo nove anni siamo ancora qui che camminiamo insieme.
Volevo solo dirti che...ti voglio bene.
Volevo dirti tutto questo ma non me l'hai permesso. Quel giorno ti sei chiuso a chiave nello studio e non sono riuscita a parlarti. Ad ogni modo sono felice di avertele potute dire quella sera, quando ho visto il tuo corpo adagiato in quella sterile cassa di legno. Un pezzo d'albero che ti stava portando via da me. Dio quanto l'ho odiato in quel momento. Quanto ho disprezzato la natura. Quante ne ho dette a Dio. Quante ne ho dette a me stessa. Quante a te.
Te l'ho dette, te l'ho gridate in silenzio, e in silenzio ho urlato che ti amavo, e che non credevo possibile che il tuo smisurato orgoglio non ti avesse permesso di chiamarmi, di potermi salutare. Di farti abbracciare. Ti ho odiato in quel momento. Ti ho odiato e amato in eguale misura, stringendoti forte a me.
Poi la mamma è entrata e mi ha portata via da li.
Povera mamma. Lei conosceva il mio dolore. Conosceva quanto io ti amassi. Sapeva la mia sofferenza. Lei lo sapeva anche se gliel'ho sempre negato.
Facevo la dura con lei, ogni qualvolta prendeva il discorso su di noi. Su di me. Su di te. Ma non volevo farla entrare nella mia vita. La volevo fuori. Avevo paura che mi ferisse anche lei. Anche lei come te. Ora so che voleva soltanto aiutarmi a provare meno dolore. Ora lo so.
Devo parlarle. Lo farò, più tardi lo farò. Ancora più tardi. Sempre più tardi...
Mamma... mamma... scusa. Perdonami. Perdonami se non ho capito. Perdonami. Ti voglio bene mamma!
Il suo bacio si spegne nel cellulare. A volte servono questi cosi. A volte servono...
Si è fatto buio, non mi sono resa conto del trascorrere del tempo. Sento il rombo di un tuono in lontananza.
Fra poco pioverà.
Mi alzo. I passi si dirigono verso la mia casa. Una folata di vento mi spinge in avanti, e va a fare compagnia alla solitudine. E' diventata la mia ombra in questi giorni, la mia unica amica. Non ho voglia di ascoltare nessuno, il dolore che porto dentro è grande, troppo grande, ma credo non sia stata colpa mia se non ti ho potuto salutare. Non lo credo, ma sento un interminabile peso dentro il cuore. Un peso che a volte non riesce neanche a farmi camminare. E tu sai quanto mi piacesse farlo.
Ho freddo papà. Ho tanto freddo. Il maglione non riesce a scaldarmi. I jeans sono umidi. Il mare, il vento, la mia solitudine. La voglia che ho di parlarti.
Infilo la mano nella tasca dei pantaloni. Ho bisogno di scaldarmi. Trovare un rifugio caldo. Le mie dita incontrano una busta. La tirano fuori.
Me l'ha data la mamma, il giorno del tuo funerale, chiedendomi di non aprirla finchè non fossi giunta a casa. Mi ha detto che tu glielo avevi chiesto.
Mi è venuto da sorridere dietro la sua frase. Tu che chiedevi. Forse glielo avevi ordinato. Forse...
La rabbia mi prende di nuovo. Il pensiero di averti ascoltato ancora una volta mi fa male.
Mi chiedo perchè io...
Forse porto il rimorso, per non aver fatto di più per avvicinarmi a te. E questo ubbidirti è stato come un volerti dar ascolto... per l'ultima volta papà. Per l'ultima volta. Per riparare forse... ma a cosa non lo so.
Il dondolo sotto la veranda è accogliente. Mi siedo. Sono stanca. Michele si affaccia sulla porta. Mi guarda, non sa se avvicinarsi o lasciarmi ancora sola.
Mi dispiace per lui, in questi giorni l'ho tenuto lontano e ora... capisco perchè.
Porto il rammarico di non averti ascoltato quella sera. Non perché non sia felice con lui, ma credo unicamente perché sei mio padre.

Mi hai insegnato sin da piccola ad obbedire, ed ecco nascere l'amarezza per non averlo fatto. Ma ho sbagliato, ho sbagliato a tenere lontano il mio Michele, l'obbedienza e il rispetto, sono due sentimenti che tu non meritavi da me.
La rabbia parla ancora stasera. La mia rabbia che non vuole lasciare la presa. Forse ha paura. Forse pensa che se, se ne andasse, io ti possa vedere diverso. Che io possa di nuovo farmi influenzare dall'affetto che nonostante tutto provo per te.
Ma non voglio ascoltare la rabbia. Sono stanca di averla come fedele compagna. Ho bisogno di affetto. Di sentimento. Di pulizia.
Guardo Michele ancora in piedi sulla porta. Lui guarda me. E' gentile Michele papà. Tenero. Affettuoso. Brontolone. Vanitoso. Ed anche un po' pigro. Ma gli voglio bene papà. Gli voglio tanto bene. E lui ne vuole a me. Ai nostri figli. Lo so papà che è così. Al di là dei dubbi che mi hai sempre inculcato. Al di là dei miei dubbi, sento l'affetto che Michele ha per noi. Per me. E questo è importante per una persona. Questo è importante per me.
Allungo una mano, lo invito a sedersi. Nel momento che lo fa, passa un braccio intorno alle mie spalle.
Mi infonde calore quest'uomo che mi siede accanto e ne avevo bisogno, Dio sa quanto ne avessi bisogno. Ed è giunto il momento di fare un'altra cosa. C'è la necessità di farlo sentire parte di me. Della mia vita. Del mio passato. Deve sentire la mia fiducia. Il mio amore per lui. Ed ho un solo modo per farlo.
Gli porgo la busta, lo prego di aprirla e di leggermi quello che c'è scritto.
Glielo devo papà, lo debbo a me stessa. L'ho tenuto lontano per troppo tempo in questi giorni, in questi anni, solo perché mi sentivo in debito con te.
Non è giusto, questo non è giusto nei confronti del mio uomo. Non è giusto nei confronti della mia vita con lui.
E' emozionato il mio Michele papà, mentre apre la busta e tira fuori un foglio pieno della tua grafia.

"Cara Emanuela,
sono seduto nel mio studio e ripenso all'ultima volta che ci siamo parlati. Sorrido nel pensarlo. Parlati è usare un eufemismo. Mi dispiace bambina mia. Mi dispiace tanto per averti dato un padre ottuso quale io sono.
Non mi sono fatto conoscere da te. Da tua madre. Da me stesso. Sono stato vigliacco? Non lo so. Forse si. Forse si. Ma ormai... la vigliaccheria Emanuela è dura da mandare via. Vorresti. Vorresti e spesso non riesci.
Basterebbe metterci la buona volontà... Facile da dire. Difficile da attuare.
Guardo la foto davanti a me. La tua foto. Avevi si e no sette anni quando è stata scattata. Sorridevi. Una delle rare volte in cui ti ho visto sorridere. Mi sono chiesto spesso perchè eri triste. Ma la risposta non sono riuscito a trovarla. O forse non l'ho cercata. E forse non me lo sono neanche chiesto. Avevo troppo da fare. Ed alle persone non ero abituato.
Non voglio raccontarti il mio passato. La mia infanzia per impietosirti. O forse si. Forse è proprio quello che voglio fare. Come è accaduto l'ultima volta.
Sono le uniche strade che conosco. Le uniche che mi sono... basta!
Non sono qui per parlare di me. Sempre di me. Solo di me. Sono stato il Fantozzi della situazione. Il Fantozzi che pretendeva obbedienza, perchè non riusciva a farsi ascoltare neanche da se stesso. O semplicemente perchè non voleva ascoltarsi. Comunque siano andate le cose, ora sono qui, e ti chiedo perdono bambina mia. Ti chiedo perdono per non averti saputo amare. Per non averti voluto amare. Ho avuto paura Emanuela. Ho avuto terrore di sentire che i sentimenti esistevano. Che facevano parte di questo mondo schifoso. Tu hai provato a donarmeli. E ne hai cosi tanti Emanuela... ne hai cosi tanti, sparsi alla rinfusa dentro di te. Che questa lettera allora, possa aiutarti a rimettere ordine in ciò che sei e sarai. A crescere e a non a diventare soltanto vecchia. Perchè si può essere vecchi anche alla tua età...
...mi sono reso conto che io sono stato un vecchio. Vecchio da bambino. Vecchio da ragazzo. Vecchio da giovane. E vecchio nella maturità. Questa consapevolezza mi rende triste. Perchè penso che per me non ci sia più tempo. O forse... forse anche solo per un minuto, per il tempo di questa lettera posso essere finalmente giovane nella vecchiaia.
Non conosco il modo Emanuela, e forse questa mia per te, queste righe che non mi sono costate cosi come credevo mi possono aiutare.
Ti ho chiesto perdono all'inizio della lettera. Ho chiesto di nuovo qualcosa a te. Ma io cosa posso fare per te? Per alleviare i tuoi pensieri? Per far si che tu possa camminare nella vita senza ascoltare il pensiero di questo vecchio che sta facendo del tutto per essere ancora giovane. Non bambino. Non adulto. Ma giovane.
Non lo so. Non riesco a sapere cosa posso fare... ho la testa confusa e piena di tante cose. Forse... ma si. Ti chiedo perdono per la mia stupidità, senza aspettarmi che tu me lo dia. Ecco quello che posso fare. Ti lascio libera di perdonarmi o di non farlo. Ti dono la libertà del mio essere persona. Ti dono la libertà del mio capire. Ti dono il mio amore senza che tu debba essere costretta dal mio ruolo di padre a ridarmelo indietro.
Che fatica Emanuela. Che fatica. Ti dono la mia fatica. Servitene Emanuela. Servitene e falla tua. Aiuta la mia fatica a scendere dentro di te. Fa in modo che essa possa darti una mano a scivolare sulla vita, come la più provetta delle pattinatrici.
Non attendere gli applausi bimba mia. Non li attendere mai.
Pesano i tributi della folla. Pesa aspettarli e sentirli come un diritto.
Che la tua strada sia piena di alberi, di fronde, di foglie con cui coprirti. Che la mia strada un giorno possa agevolare la tua, e come un ruscello dissetarti nei momenti bui.
Che la tua strada sia una strada maestra. Ma anche un viottolo di campagna. Uno scoglio di mare. Un sasso di montagna. Ma non essere mai montagna. Non essere mai mare. Non essere mai campagna. Non essere mai maestra. Sii ciò che sei. Sempre. Comunque.
Ti voglio bene bimba. Ti voglio bene ragazza. Ti voglio bene donna. Ti voglio bene figlia mia.
Ciao.
Papà.
Michele, mi ridà la lettera. Trema nelle sue mani. Si asciuga gli occhi frettolosamente. E' un bambino il mio Michele, papà. Un bambino che sa di essere un uomo.
Una folata di vento porta con se delle gocce d'acqua.
Piove, finalmente sta piovendo.
Mi alzo in piedi, e inizio a correre. Corro sotto quell'acqua, arrivo fino al mare.
Guardo dentro il buio. Finalmente un po' di luce.
Penso che fra noi due è stato sempre così papà, il nostro rapporto somiglia molto ad un temporale sul mare, capace all'inizio di scatenare onde alte e minacciose, per poi finire in un mare calmo e pieno di pace.
Ciao papà grido al vento. Alla pioggia che mi bagna.
Ciao papà!
Ed è un grido che rimbalza fuori di me. Questa volta non ci sono specchi rotti. Questa volta nessuna scheggia colpisce il mio cuore. Questa volta c'è soltanto un arcobaleno che unisce due persone.
Ed è un arcobaleno che attraversa il buio, e su quell'arcobaleno deposito l'amore che ho per te.
L'arcobaleno scompare. La luna si affaccia nel cielo. La pioggia smette di cadere.
Finalmente sono tornata a casa.